BOZZ
FABIO BOZZA
Come è iniziato il tuo percorso artistico?
Mi sono avvicinato all’arte in tenera età: dovendo fare i conti con una forte timidezza ed un carattere schivo ed introverso, spesso mi rifugiavo nel disegno o nella copiatura di fumetti o quadri. Poi, durante gli anni del liceo, all'istituto d'arte, ho scoperto la fotografia. Ricordo ancora, al primo anno, un compito assegnatoci dal professore di composizione: scattare e valorizzare le più semplici superfici materiche attraverso la fotografia. Fu illuminante per me comprendere quanto, anche la cosa più semplice e forse scontata, come un muro o l'asfalto, potesse essere ricco di sfumature attraverso la luce e le ombre. Pensavo che la mia esperienza artistica si fosse conclusa con gli anni di scuola ma poi, durante gli ultimi anni, mi sono nuovamente avvicinato ad una sperimentazione artistica attraverso la modellazione di forme con argilla e creta e all'uso del gesso. Ho compreso quanto sia affascinante il processo manuale e la sperimentazione dei materiali.
Quali sono state le tappe più significative della tua formazione?
Un passaggio fondamentale è stato sicuramente il liceo. Sono stato fortunato nell'incontrare docenti generosi ed appassionati nel condividere il proprio sapere; mi hanno lasciato importanti insegnamenti sia a livello artistico sia umano.
Ci sono artisti o movimenti che hanno influenzato il tuo modo di esprimerti?
Sicuramente sono stato influenzato da artisti come Banksy, Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Negli ultimi anni dall'iperrealismo di Ron Mueck e dalla comunicazione di Jago.
Quali sono le idee centrali che danno forma alla tua ricerca?
La mia ricerca artistica si basa sulla commistione di stili grafici diversi tra loro, lasciando che dialoghino in un linguaggio quanto più eterogeneo. Esploro la relazione tra la fisicità delle opere e lo spazio urbano, utilizzando il disegno e la materia come strumenti narrativi.
Ci sono temi o elementi specifici che ricorrono nelle tue opere?
Attingo alle mie riflessioni sulla condizione umana: la solitudine, la fragilità; temi a me cari dal punto di visto socio culturale. Uso le superfici come veicolo comunicativo per rappresentare emozioni spesso difficili per me da verbalizzare.
Come nascono i tuoi progetti?
Il punto di partenza è spesso un’immagine mentale, una visione che mi si fissa nella testa. Può essere un'immagine che ho visto per caso o una tematica sociale. Da lì inizio a costruire il lavoro, cercando materiali e tecniche che possano restituirne la sensazione.
Ti piace sperimentare o preferisci un linguaggio coerente?
Mi piace molto sperimentare, perché ogni nuova tecnica o materiale mi apre possibilità espressive diverse. Credo che la mia ricerca sia in continua evoluzione e che ogni cambiamento mi aiuti a comprendere meglio ciò che voglio comunicare. Mi piace accostare ciò che a primo impatto potrebbe contrastare e capire come il colore possa dialogare col bianco e il nero, i grigi con il fluo; lo stile di un tattoo old style con il tratto figurativo manga.
Come gestisci la tensione tra fase creativa e dialogo con il pubblico?
Per me il momento della creazione è profondamente intimo. È un modo per elaborare emozioni o pensieri che fatico a esprimere a parole. Ma nel tempo ho capito che ogni opera è anche una forma di dialogo: quando viene esposta, entra in relazione con lo sguardo ed il vissuto dell’altro. Questo scambio mi arricchisce e mi fa vedere il lavoro da prospettive nuove.
C’è un’opera o un progetto che consideri particolarmente importante?
Negli ultimi tempi ho studiato tanto il corpo umano, portandomi a creare "Fragile". Rappresenta il busto di un uomo, con vistose ferite, rinchiuse nei mattoni. Anche la testa, realizzata in argilla e poi con la tecnica del calco, è per metà serrata dal cemento e dai mattoni. Credo che quest'opera sia un passaggio importante perché mi ha fatto capire fino a dove potrei e vorrei spingermi per le opere future.
Quanto conta per te il contesto espositivo?
Molto importante. Non vedo le mie opere come oggetti chiusi, ma come presenze che entrano in dialogo con lo spazio. Tendo a vedere lo spazio come un interlocutore: non lo determino, ma lo ascolto. L’opera nasce da una mia ricerca autonoma ma poi si adatta e trova nuove connessioni nel momento in cui viene collocata in uno spazio reale.
Qual è il ruolo dell’arte nella società contemporanea?
L’arte ha il potere comunicativo di veicolare messaggi potenti, denunciare, trasmettere una memoria singola e collettiva. Non serve solo a decorare ma a creare una pausa, una frattura nel rumore. Può essere uno specchio, una lente o una ferita. Il suo potere è proprio quello di farci vedere diversamente ciò che davamo per scontato.
Come reagisci alle interpretazioni del pubblico?
Per me è importante lasciare al pubblico la libertà di interpretare il mio lavoro. Credo che ogni persona porti con sé esperienze e sensibilità diverse, e questo arricchisce il senso dell’opera che può così vivere vite diverse.
Stai lavorando a nuovi progetti?
A breve parteciperò ad un festival gotico, una sfida per me. Mentre pensavo a cosa realizzare, mi è capitato un disegno a matita: raffigura un uomo con l'acqua alla gola, spaventato ma quasi incapace di gridare. È bastata questa immagine per dare forma all'idea del mio nuovo murales. Il mio desiderio è che chi guarda provi una sensazione di straniamento, per mettere in discussione le proprie certezze.