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Marc Henri Van Tendeloo - l'intervista


MARC-HENRI
VAN TENDELOO

Voci d'Artista: L'Intervista Integrale

Biografia

Marc Henri Van Tendeloo nasce in Belgio nel 1963 e durante l’infanzia, fino 

all’adolescenza, disegna e dipinge.   Consegue le lauree in psicologia ed economia; a 

tutt’oggi è consulente nel campo dello sviluppo farmaceutico. Solo nel 2022 riscopre la 

sua vocazione per la pittura, da lungo tempo accantonata. 

Come autodidatta realizza opere con grande passione e trasporto creativo. 

Vive immerso nella natura fra Terracina e Sperlonga, sulle rive del lago di Fondi da cui 

trae suggestioni.  

Le sue opere nascono dai ricordi dei sogni nella cruda realtà dell’alba.

A volte i sogni sono più veri della realtà mentre la realtà può apparire come un incubo. 

Sogno o realtà, cosa viene prima? Conta solo quello che prende forma nella mente 

ossia gioia, sgomento, rabbia, fuga o fantasia. 

Dipingendo sul filo sottile fra sogno e realtà, le sue opere rappresentano quello che è 

illogico, assurdo o misterioso.

Inizia a condividere i suoi primi lavori (www.marc-henri.eu) paricipando ad eventi locali 

come le colletttive a tema, il Porticato Gaetano 2023 e 2024 presso la pinacoteca 

“Antonio Sapone” di Gaeta e la mostra internazionale “arte in Cammino” dedicata a San 

Francesco nella Basilica dei S.S. Pietro e Paolo all’EUR, Roma December 2023. 


Come è iniziato il tuo percorso artistico?

Penso che sia sempre stato presente, anche se molti anni fa ho fatto una scelta professionale molto diversa; una scelta che, col tempo, mi ha dominato più di quanto avrei voluto. Avvicinandomi ai sessant’anni, sono tornato a ciò che davvero sentivo come la mia “vocazione”: qualcosa che mi possedeva da bambino, il disegno e la pittura. Ritornare a tutto questo cinquant’anni dopo è stato un processo naturale; non l’ho vissuto come una decisione volontaria, ma come qualcosa di organico. Per questo non si tratta di un semplice interesse per l’arte, ma di un bisogno profondo di esprimermi artisticamente attraverso di essa.




Quali sono state le tappe più significative della tua formazione?

Dal 2023, quando ho ripreso a dipingere, ogni lavoro mi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo. È stato naturale ritrovare le tecniche apprese da ragazzino nei corsi nelle Fiandre. Sono ripartito con l’olio e pennelli su figurativo e temi surreali; poi sono arrivati i miei lavori di denuncia su temi ambientali, politici e sociali: lì mi sono messo a sperimentare con spatola e impasto. Ora sto trovando il mio stile personale in quello che chiamo “il viaggio”.

Ci sono artisti o movimenti che hanno influenzato il tuo modo di esprimerti?

La mia fame per ogni tipo di pittura mi porta a evitare una risposta precisa. Filtro tutto quello che vedo nelle mostre o sui social chiedendomi: “è qualcosa che posso sentire mio? È una camicia che mi sta bene?”. Escludo molti stili che davvero mi piacciono come spettatore, ma che non rispecchiano ciò che produrrei io.



Quali sono le idee centrali della tua ricerca artistica?

Voglio trovare uno stile che mi stia addosso come una camicia su misura, una che piace sia a me che al pubblico. So che questo può voler dire lasciarmi influenzare dai gusti delle persone e dall’interesse commerciale. A 62 anni, pur essendo un artista “giovane” che ha bisogno di sperimentare, sento che devo dipingere per gli altri, per lasciare qualcosa.


Che materiali utilizzi?

Prediligo l’olio. Ne amo la consistenza e il tempo che concede; per me è il materiale più nobile e onesto. Mi permette di tornare sull’opera, di farla evolvere lentamente insieme al mio pensiero.

Quali sono i temi ricorrenti nelle tue opere?

Non scelgo io i temi, lascio che arrivino. Spesso sono emozioni improvvise che mi spingono verso la tela. Dipingo temi malinconici cercando di imprimere movimento, giocando con trasparenze leggere e texture pesanti.

Come nascono i tuoi progetti?

C’è sempre un'emozione forte alla base. Entrare in me stesso per non dimenticare. Poi arriva la selezione estetica: scelgo i medium e i colori che meglio possono tradurre quel silenzio interiore in immagine.

"L'opera comunica autonomamente, al di là dell'intento dell'artista."

C’è un’opera particolarmente importante per te?

Sì, il quadrittico su Gaza intitolato “29 febbraio 2024”. Realizzato con spatola e impasto, mostra bambini trasparenti in un paesaggio devastato. È un’opera dura, forse difficile da esporre in un contesto domestico, ma sentivo il bisogno assoluto di dipingerla. Ha vinto il premio Capitolium, segnando un punto di svolta nel mio percorso.

Quale messaggio vuoi lasciare al pubblico?

Vorrei trasmettere un senso di leggerezza e tenerezza, nonostante le opposizioni curiose che spesso inserisco. Spero che chi guarda le mie tele possa trovarvi un momento di riflessione, una sosta nel caos quotidiano.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un progetto modulare di grande formato. Più tele che insieme creano un movimento continuo, unendo texture materiche e trasparenze. Un nuovo capitolo di questo mio viaggio infinito.



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